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Il Collegio Venturoli
e l’Accademia di Belle Arti
nella vita del pittore Raffaele Faccioli

di Eleonora Frattarolo


E’ uno dei settantarè, Raffaele Faccioli,figlio di Faccioli Francesco nato il 28 dicembre 1797, ammogliato con Agata Collina di condizione artificiere di Pirotecnia: di quei settantatrè studenti che dal 1825 al 1930 furono nutriti, vestiti, educati, ospitati, nel sonno e nella veglia, nella preghiera e nello svago, dal e nel Collegio “Venturoli”.

Fino al 1930, anno che segnò il crinale della grande crisi economica, anno in cui nel Collegio si smise quasi del tutto di impartire lezioni, ci si sgravò dell’ormai insostenibile peso dell’ospitalità totale, e si iniziò, invece, a garantire ai giovani selezionati la possibilità di studio attraverso una somma di danaro mensile, pratica in uso ancor oggi, che, aggiunta all’altra, l’assegnazione cioè di un locale dello stesso Collegio da adibirsi a studio-laboratorio, costituisce la magnifica e rara chance che l’Istituto di via Centotrecento dà ai giovani reputati di avere un qualche talento nelle cose dell’arte(1).

E’ noto che la storia del “Venturoli” inizia con la lettura di un testamento(2), le cui parole si susseguono con ritmo ricordevole perchè quasi vetero-testamentario, con una fede assoluta nella altrui dignità, e con un profetico suono di buon auspicio, così almeno ci sembra oggi, forse perché sappiamo che quelle parole non hanno conosciuto il tradimento della storia (frequente per lasciti di tal genere).

“Io sottoscritto Angelo Venturoli - così recita il testamento - Architetto Civile (...) voglio adunque che sia eretto nella città di Bologna un Collegio di Educazione, a comodo d’instruire Giovani studenti di Belle Arti, ed ivi siano mantenuti pienamente in tanto numero, quanto potrà l’entrata di mia Eredità. Il Locale ove abiteranno sarà scelto, e giudicato a proposito, dagl’infrascritti signori Amministratori, Esecutori Testamentari; questo Stabilimento sarà perpetuo e nominato il Collegio Venturoli e di mano in mano, saranno scelti li Giovani a detti Amministratori, e da quelli, che saranno in avvenire, posti in luogo.

I requisiti dei Giovani, saranno: Primo -d’essere assolutamente nati in Bologna, e che siano di ottimi costumi (...) Quinto -siano di persone Civili e bisognose, e i più bisognosi siano sempre preferiti (...)”. In più, prosegue Angelo Venturoli, “questo Stabilimento quantunque destinato al sollievo della indigenza, e quantunque gli abbia dato un titolo, e sia una radunanza di Giovani, pure non voglio, che sia mai considerato, come luogo pubblico, o pio, ma come una privata famiglia, ed onninamente laicale, non soggetta però a visita, rendimento di conti, o altro a qualsiasi Autorità Ecclesiatica, o Civile, volendo che per tutti gli effetti sia considerata, come se fosse la privata famiglia dei signori Amministratori, e li Giovani, come se fossero persone della loro casa’’.

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E tutto questo è stato davvero, il Collegio Venturoli: nei secoli, incredibile a dirsi, forse proprio grazie all’appena citata lungimirante volontà, che legando l’Istituto ad una domestica, affettuosa, e autoctona, provvidenza, lo ha reso invulnerabile, e lo ha dispensato dalle conseguenze di avvicendamenti economici e politici che hanno invece inghiottito analoghe istituzioni caritatevoli, oppure opere pie, dotate di regimi amministrativi differenti(3).

Il testamento di Venturoli fu redatto il 29 Maggio 1820, fu aperto e pubblicato nel 1821, il Collegio entrò in funzione a partire dal 31 Dicembre del 1825.

Erano gli anni in cui Bologna viveva un acuto disagio economico, derivato dalla crisi delle manifatture della seta e della canapa, che costò alla città l’esclusione dai processi di industrializzazionenella cui fase iniziale essa aveva invece guadagnata una propria collocazione.

Gli elenchi forniti dalla Polizia per le informazioni utili ai curatori di attività assistenziali contavano, in netta maggioranza tra i censiti, “miserabili” e “mendicanti’’. Nel 1809 sotto il regime napoleonico si era istituita una “Casa d’industria”, uno stabilimento tessile, con sede in via San Vitale, in un convento soppresso, per dare lavoro ai miserabili, nonchè tenerli sotto controllo. Essi vi entravano col suono del mattutino, e ne uscivano a sera, invadendo le strade del centro, in cui due volte al giorno, perciò, si spandeva il suono della campana della torre degli asinelli, che avvisava dell’arrivo dei derelitti. Questa “Casa d’industria” prenderà il nome di “Casa Provinciale di lavoro’’ proprio a partire dal 1820, e durerà quasi fino all’Unità, a dimostrare, attraverso varie trasformazioni, il problema irrisolto di una plebaglia che continuava, nonostante tutto, ad essere respinta nelle pieghe più oscure della società civile(4).

Forse, nacque anche dalla sensibilità per il crescente pauperismo in quel torno di tempo, l’idea di un collegio siffatto, sorta di opera pia, da parte dell’ “Architetto Civile” Angelo Venturoli, che avrebbe preferito, come s’è detto, sopra a tutti gli ipotetici allievi, “li più bisognosi’’.

Di tutto ciò, di questa predilezione caritatevole, si avvalse anche Raffaele Faccioli, che nacque, lo racconta egli stesso, “da una buona ma poverissima famiglia petroniana, in mezzo ai fuochi artificiali, e, quindi, in mezzo a mille pericoli”(5).

Il racconto seguente questo incipit è puro mito letterario, cioè pura verità: il fanciullo povero che abita in borgo San Pietro scarabocchia continuamente, la madre se ne accorge, a dodici anni lo presenta al “Venturoli”. Lo accettano: “considerata la precisione del disegno, e la somiglianza all’originale può giudicarsi disposto alle belle arti’’. Nonostante “la costituzione gracile e il temperamento linfatico”(6). Vi rimarrà dal 1858 al 1865. Il fanciullo povero avrà fortuna, “con una vita laboriosa, degna ed onesta”. E fino alla fine della propria vita, Raffaele Faccioli dirà: “All’istituto fondato da un generoso artista filantropo io sono legato da una riconoscenza inestinguigbile, poiché ad esso io debbo tutta la mia educazione artistica e civile”.

Più volte è stato rilevato come il “Venturoli” sia nato nell’edificio dell’ex Collegio Illirico-Ungarico, acquistato dagli Esecutori testamentari nel 1822, perchè questo era, come è, assai prossimo all’Accademia di Belle Arti, dal 1804 sita nel Noviziato dei Gesuiti, in Borgo della Paglia(7). Qui, Angelo Venturoli aveva riadattato la chiesa di Sant’Ignazio, edificata dal Torregiani, rendendola Aula Magna, e con la recisione della cupola creando, ha scritto Andrea Emiliani, “uno dei primi «lucernari» della storia della museografia”(8).

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Qui, l’Architetto Civile aveva, assieme al grande scultore Giacomo de Maria, assistito alla nuova collocazione del raffinato monumento che essi avevano progettato ed eseguito per celebrare un altro mecenate delle arti, il Duca Pietro di Curlandia, il quale, a dispetto del nome da operetta, generò con un munifico, serissimo, lascito, quei concorsi “curlandesi” che tanta parte hanno avuta nella storia dell’Accademia e della città.

E chi, ancora oggi, abbia desiderio di dare uno sguardo ad entrambe le opere, non ha che da varcare la soglia dell’Accademia. L’Aula Magna è sempre uguale a sè stessa, vi si avvicendano le lezioni teoriche; e il monumento al Duca, trasferitovi da Palazzo Poggi e risistemato da Leandro Marconi dopo il 1814, fa bella mostra di sè nell’aula perciò detta “curlandese’’(9). E chi voglia, ancora, seguire Angelo Venturoli nella sua relazione con l’Istituzione non ha che da sfogliare e leggere negli “Atti” e nei “cartoni”, del suo Fondo Storico, dove il nome dell’architetto ricorre dal 1786, anno del suo primo incarico.

Antonio Basoli, che frequentò l’Accademia come allievo, e poi vi insegnò per tutta la vita, abitando in Borgo della Paglia, impegnandosi ad educare con devozione totale “la Gioventù mia carissima”, ricorda nella “Vita artistica’’ l’amicizia con Venturoli, l’architetto a sè stesso prossimo oltre che per l’evidente attenzione pedagogica alla gioventù, per altri, molteplici, interessi e intendimenti comuni. Menziona alcuni marmi, Antonio Basoli, professore di ornato, che Venturoli gli impresta, perché li possa riprodurre in disegno ed in pittura, come fa con pietre, fiori, vegetali, animali, legni, pelli di animali, nel parossistico anelito a viaggiare nel mondo ridisegnandolo, re-visionandolo, da vero “visionario”, direbbe Henri Focillon, da “avventuriero che resta a casa”, direbbe George Roditi, visto che quasi mai si allontana da Borgo della Paglia(10).

Accademia-Collegio Venturoli: già Francesca Serra ha delineato questa preordinata -da Venturoli stesso - e prolungatasi fino ai nostri giorni, coniugazione, attivata dalla puntuale presenza, in Collegio, degli insegnanti dell’Accademia, in veste di giudici delle prove annuali degli studenti: da Filippo Antolini a Cincinnato Baruzzi... ad Antonio Muzzi... a Giovanni Protche... a Edoardo Stefano Collamarini...E dall’essere stati, spesso, gli Accademici, insegnanti, o amministratori del “Venturoli”: da Pietro Fancelli,citato anche nel Testamento dall’Architetto con un piccolo lascito e la remissione di un debituccio, a Giacomo de Maria... a Francesco Cocchi... a Paolo Manaresi... a Dante Mazza... a Silla Zamboni(11)... E poi, il caso di Raffaele Faccioli, appunto, che nell’ultima parte della sua vita fu Amministratore in Collegio e Presidente in Accademia, dal 17 febbraio 1905, succedendo ad Enrico Panzacchi (e fu, anche, vice Presidente della Società Promotrice per le Belle Arti “Francesco Francia”).

Ma sarà bene, ora, riprendere la “Autobiografia del Professore Commendatore Raffaele Faccioli”, e ripercorrerla, per quanto sia possibile qui ed ora, da quegli anni in cui “per guadagnare qualche soldo allo scopo di potere far fronte alle spese occorrenti per i miei primi quadri, lavoravo, gran parte della giornata, nel laboratorio del babbo, per i fuochi d’artifizio, e lunghissime notti vegliavo per copiare atti legali che mi procurava un vecchio avvocato, amico di casa, e trascrivevo su quaderni e quaderni di carta bollata atti ipotecarii che uno zio materno, capo dell’Ufficio delle Ipoteche, mi andava procurando”.

Del resto, alle privazioni Faccioli era abituato, si era rafforzato ancor più durante i giorni fiorentini, quando assieme a Luigi Serra, compagno di strada durante gli anni del Collegio e dell’Accademia, il piccolo studio di via Cavour diventava un arsenale dove i due dipingevano insegne per tabaccai e stemmi per le scuole comunali.

Serra e Faccioli erano stati mandati a studiare fuori Bologna grazie alla “Pensione Angiolini’’ istituita in Collegio dal 1854 in seguito al lascito di Luigi Angiolini. La “pensione’’ veniva assegnata per quattro anni, finito l’Alunnato (questa beneficenza si estinse nel 1931) e Faccioli (che in realtà ne usufruì per cinque anni) riuscì ad essere mandato prima a Firenze, dove vi restò assieme a Serra, poi a Milano, a Roma (ancora con Serra), quindi a Napoli e in ultimo a Venezia. Nel 1867 i due, che avevano sostenuto la prova d’ammissione al “pensionato” nel 1866(12), con una prova di pittura che in genere durava sei-otto ore effettive per giorni sette, erano a Firenze, da dove inviarono i certificati “di assiduo lavoro” firmati dal pittore Saverio Altamura(13).

Il 20 Novembre del 1869, sempre assieme, mandarono da Roma i bozzetti di Belisario cieco e di Annibalee Bentivoglio che riscossero una buona accettazione dai professori del Venturoli (ai contrario dei saggi giunti in Collegio nel Giugno del l871, che vennero giudicati “non soddisfacenti”)(14).

Faccioli, Serra: li troviamo assieme anche nei registri di iscrizione dell’Accademia: è il 6 Novembre del 1863, hanno entrambi all’incirca diciassette anni: li unisce il comune percorso di apprendimento, la frequentazione di luoghi e persone: segnerà la distanza enorme che li separa il senso affatto differente delle rispettive opere. L’uno terminerà i suoi giorni soddisfatto di essere Presidente dell’Accademia, dopo esserne stato socio d’onore dal 1870, e accademico effettivo dal 1879.L’altro mancherà a quarantadue anni, lasciando in molti una grande malinconia: Enrico Panzacchi,Corrado Ricci, lo ricorderanno come un uomo mite, un grande talento, anche nel disegno, stroncato. Lo ricorderà tanti anni dopo anche Raffaele Faccioli, in una commemorazione ricordevole e triste, svoltasi nella Certosa, il 5 Luglio del 1913, con la posa temporanea di un busto di gesso, anzichè in marmo, perchè il figlio di Enrico Barberi, Giulio, lo scultore, non é riuscito a terminare l’opera prevista(15).

“Io ho provveduto il lauro, auguro che tu per l’undici del mese possa deporre su quella tomba una palma in nome dell’Italia ed a gloria di Bologna”, scrive Raffaele Faccioli a Corrado Ricci, che comunque non raggiungerà Bologna.

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1 - Si veda: F.Serra, Vita e didattica dell’arte nel Collegio Venturoli, Tesi di Diploma Accademia di Belle Arti, Anno Accademico 1997-1998, Relatrice Eleonora Frattarolo; si veda anche: F.Serra, Didattica e architettura nel Collegio Venturoli, in G.Gresleri, P.G.Massaretti (a cura di), Norma e arbitrio, Bologna 2001, pp. 107-119.
2 - Testamento del fu Angelo Venturoli, Bologna 1883. L’istituzione del Collegio fu approvata con Decreto Pontificio del 18-7-1821.
3 - Per le istituzioni caritatevoli bolognesi si veda M.Carboni, M.Fornasari, M.Poli (a cura di), La città della carità, Bologna 1999 e A.Emiliani (a cura di), Arte e pietà, Bologna 1980
4 - Si veda M.Palazzi, Vivere a compagnia e vivere a dozzina. Gruppi domestici non coniugati nella Bologna di fine ’700, in L.Ferrante, M.Palazzi, G.Pomata (a cura di), “Patronage” e reti di relazione nella storia delle donne, Torino 1988, pp. 344-380, e AA.VV. Assistenza, emancipazione e lotta di classe, Milano 1975.
5 - “L’autobiografia del Prof. Comm. Raffaele Faccioli”, su “Gazzetta dell’Emilia”, 7 Giugno 1908; su “Avvenire d’Italia”, 15 Ottobre 1909, è scritto: “Un profilo autobiografico del Faccioli si leggerà nel libro di prossima pubblicazione: Infanzia e giovinezza di illustri Italiani contemporanei” (a cura di Onorato Roux, Firenze, R.Bemporad e F.Editori), pubblicato effettivamente nel 1909, vedi pp. 157-161).
6 - Archivio Collegio Venturoli, cartone n°78.
7 - Si veda M.L.Accorsi, G.P.Brizzi (a cura di), Annali del Collegio Ungaro-Illirico di Bologna1553-1764, Bologna 1968; per la storia dell’Accademia F.Farneri, V.Scassellati (a cura di), L’Accademia di Belle Arti di Bologna, Bologna 1997, con bibliografia precedente.
8 - A.Emiliani, Pietro Giordani: il suo rapporto con l’arte e con gli artisti, in Pio VI Braschi e Pio VII Chiaromonti, Atti del Convegno Maggio 1997, Bologna 1998, p. 499
9 - Si veda S.Zamboni, Giacomo De Maria: contributi e materiali inediti, in Accademia Clementina, Bologna, 1990, n° 27, pp. 105-135 e Protocollo dal 1809 al 1815 del Prosegretario Giordani, Fondo Storico Accademia di Belle Arti, 5-7-1812; 23-9-1814; 26-10-1814: “L’Accademico Venturoli propone la perizia di spese occorrenti per collocare il monumento di Corlandia nella camera della fu scuola di Pittura”.
10 - A.Basoli, Vita artistica dell’Accademia, Accademia di Belle Arti di Bologna, Gabinetto dei Disegni e delle
Stampe. La raccolta di marmi fu legata al Collegio per espressa volontà testamentaria di Venturoli.
11 - cfr. F. Serra, cit.
12 - Archivio Collegio Venturoli, cartoni n° 78 e n° 79; si veda anche: E.Frattarolo, scheda relativa a E.Buttazzoni, in AA.VV., Lo spazio e il tempo, Bologna, 2001.
13 - Ibidem
14 - Ibidem
15 - Sul “Resto del Carlino” 5 Luglio 1913. Giulio Barberi fu figlio di Enrico Barberi, grande amico di Serra, che eseguì il busto in bronzo di Enrico
Panzacchi, 1913, conservato in Accademia. Si veda anche: E.Panzacchi, U.Bassini, Per Luigi Serra, Bologna 1899; Panzacchi aveva invece scritto intorno all’opera di Faccioli sottolineandone “l’affettazio- ne” e “la svenevolezza”: in Il Monitore di Bologna, 28 Ottobre 1873.

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